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Orazio Licandro|Assessore ai Saperi e alla Bellezza condivisa

Uno dei pochi vantaggi certi del fare l’assessore alla cultura è quello di poter sentire o vedere in anteprima – mentre si allestisce – quanto gli artisti catanesi offrono alla propria città. Così, recentemente, ho scoperto le tele di Salvo Trombetta.  L’occhio cade facilmente sulle sue masse di colore che, in modo del tutto imprevedibile, si raccolgono in forme che si fermano sul punto di definirsi, scegliendo – loro o il pittore, chi può dirlo, vista l’autonoma forza – di accennare, di alludere, per riprendere il verso dell’amico-poeta Santino Mirabella “La realtà è pura allusione”. Facile farsi rapire da lontano – e molto ancora di più avvicinandosi – da quelle vele accese di rosso ma anche di bianco che solcano mari spumeggianti e, seguendo il poeta, ripetere con lui: “Di tal peso; che del peso non si cinge, ed aria, taglia e ferisce… e del suo peso non affonda; e si rimargina nell’onda”.

Vedendo invece i lavori che vengono presentati al pubblico nel percorso del Caffè letterario di questo nostro vivace Palazzo della Cultura, si ha l’impressione che il mondo abbia perso qualcosa, quel qualcosa che dava luce alla terra e luminosità alle onde. Lo vediamo chiaramente nella “Spiaggia senza sole”: il sole ha abbandonato l’umanità. O forse è stata la stessa umanità a lasciare la terra, depositando inquietanti ciminiere e paesaggi industriali dove, a volte, riappare il colore, ma solo sotto forma di rosse macchie di sangue: insomma, sembra proprio che sia la vita ad andarsene, lasciandoci la dura, arsa terra: “Piove terra sulla terra e si abbraccia, si mischia… si fa sera nel giorno in cui piove terra… e la mano si fa nera, confonde ogni differenza o strato di coscienza. Ed il getto ci sotterra con la sua disobbedienza; ora che piove terra”.

E’ il trionfo del crepuscolo, quando le forme si confondono al punto tale da succhiare ogni significato   a una delle parole fondanti dell’umano approccio alla bellezza. Ma allora possiamo leggervi di più ancora e vedervi non il rituale saluto del sole per riaccendere i colori della festa e della gioia già l’indomani all’alba ma un più significativo tramonto. Della nostra civiltà contemporanea che si nutrita di terre come d’uomini, di colori come di poesia, per risputarci nero catrame: è il tramonto dell’Occidente trasfigurato in un apparentemente normale paesaggio invernale. Bisogna abbandonare i siti dove le ciminiere soffocano la terra, dove, se si è fortunati, si possono rinvenire solo pietre, andare quindi verso mari e terre meno contaminati per scorgere tracce degli antichi colori della terra, andare a Vendicari o arrampicarsi sui Nebrodi dove la mano dell’uomo nei secoli e per secoli ha imparato il duro lavoro di accompagnare la natura affinché gli possa dare frutti buoni per nutrirsi, ha scoperto l’arte di amare la natura affinché gli possa sorridere con i colori che si rifrangono nella pioggia così come le onde  luminose si infrangono  sulla riva. Ma così non è più. L’uomo invadente e stupratore, signore della terra e dei mondi, dominatore del bergsoniano “spirito vitale” al quale addirittura vuole sostituirsi per farsi unico dio, scoprirà presto che non c’è bisogno di attendere qualche milione di anni per assistere alla morte del sole sulla quale tanto si è soffermato Manlio Sgalambro: il sole lo sta già uccidendo lui!

Cosa può fare l’artista se non cantare la rabbia, urlare al vento nella speranza che orecchio lo senta, ripetere il grido d’allarme? Salvo Trombetta lo fa con i suoi oli e con  le sue masse bianche oppure scure graffiate nell’anima, accennando però a ciò che stiamo perdendo che è ciò a cui dovremmo tornare: “E parlava coi muri soltanto, coi pensieri esposti al sole. E i suoi soliti versi d’amore”.  Torna la poesia – quale che sia la materia cui fa ricorso per “formarsi” -  come ramo al quale appigliarsi per non essere travolti e provare anzi a riemergere. E la poesia è tanto ricordo quanto speranza di poter continuare a ricordare quando tutti noi eravamo uomini e la terra era terra e il sole era sole. Una speranza leggera, sottile, discreta, sulla quale potersi finalmente lasciarsi andare: “Scivolare via, dove tu vedi tristezza ed io leggo poesia”. Come ha già perfettamente illustrato  il maestro Salvatore Lanzafame, nelle tele di Trombetta il messaggio estetico diventa piacere etico.  Quest’ultima espressione può sembrare uno dei tanti ossimori che caratterizzano il suo lavoro ma, in realtà, è già dalle tele che emerge, assieme al richiamo alla grande responsabilità dell’uomo verso la natura,  la  certezza che non vi sia nulla di più grande: “Tutto si asciugherà, non abbiamo fretta. Noi siamo sempre qua”.

Dopo aver saccheggiato i testi di Mirabella, mi sembra utile chiudere questo mio saluto con il verso di Friedrich Hölderlin tanto caro a Heidegger:  Là, dove più grande è il pericolo, cresce anche ciò che salva.

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